Un naso gigantesco, un orecchio, dei glutei che sembrano scolpiti nel marmo. E intorno, fiori monumentali che spuntano dalla nebbia. Alla Galleria Gió Marconi di via Tadino il corpo perde le sue proporzioni e diventa il protagonista di un giardino bizzarro, dove tutto sembra sul punto di accadere. È Song of the Sirens, la mostra di Nathalie Djurberg e Hans Berg, visitabile fino al 19 dicembre negli spazi di via Tadino 15.
Alla loro quinta personale in galleria, i due artisti costruiscono un percorso tra animazioni e sculture, immerso nella penombra. Sulle pareti scorrono video realizzati in stop-motion, la tecnica che dà movimento a figure e oggetti fotografandoli un fotogramma alla volta. Qui le forme sono modellate in argilla, ma assumono un aspetto marmoreo: dettagli anatomici ingranditi, isolati dal resto del corpo, che hanno qualcosa di solenne e insieme di assurdo.
Attorno a questi frammenti si muovono personaggi dai tratti esasperati. I loro gesti sono lenti, quasi rituali, e le azioni restano sospese: si aspetta un incontro, una trasformazione, qualcosa che non arriva mai del tutto. Chi guarda deve fare i conti con questa attesa, lasciando spazio alle proprie interpretazioni.
Il gioco continua fuori dallo schermo. Le sculture riprendono i particolari del corpo presenti nei film e li portano nelle sale, creando rimandi tra le immagini proiettate e gli oggetti che si incontrano camminando. A cambiare ulteriormente le proporzioni sono i grandi fiori, disseminati sul pavimento e sulle pareti: un paesaggio riconoscibile nei suoi elementi, ma estraneo nelle dimensioni e nell’atmosfera.
Il titolo richiama il canto delle sirene e il suo potere di attrazione. Il tema è il desiderio: quella spinta verso qualcosa che rimane sfuggente e che l’immaginazione continua a inseguire. La mostra traduce questa idea in corpi, apparizioni e situazioni senza un finale, lasciando al visitatore il compito di completare il racconto.





